… E’ arrivato in Lovere un commissario di polizia…

Suscita molto scalpore, la notte del 19 gennaio 1820, l’arrivo di un commissario da Bergamo per perquisire la casa del pretore Antonio Solera, incarcerato perché iscritto alla Carboneria. Dopo un lungo processo, nel gennaio 1821 sarà condannato a morte, pena poi commutata nell’ergastolo allo Spielberg (ne sarebbe uscito solo nel 1828).

Intanto, inizia il processo ai loveresi Giacomo Palazzoli, Luigi Pennacchio, Luigi Bonotti e a Francesco Baiguini di Pianico, accusati di aver diffuso fogli satirici contro i funzionari governativi in servizio a Clusone.

Gli arresti condotti negli stessi anni, seguiti dai processi dei quali è testimonianza l’opera di Silvio Pellico infliggono un duro colpo alla Carboneria; molti cospiratori sono arrestati, altri si danno alla fuga, come il mantovano Giovanni Arrivabene, che con l’aiuto del medico Luigi Zitti riesce a passare il confine e a rifugiarsi in Svizzera.

I moti del 1831 non hanno immediata ripercussione nel territorio sebino, ma generarono un clima di sospetto. Nel 1834 a Darfo la contestazione per la vendita di un bosco comunale e l’aggressione ai gendarmi venuti a far valere i diritti dell’acquirente sono dipinte dalla polizia come una sommossa e sedate. Il fatto sarebbe valso al commissario Alfonso Albinola una onorificenza, ai colpevoli una condanna per sedizione.

Ma la testimonianza più significativa della circolazione di idee e fermenti è rappresentata da un volumetto manoscritto, attribuito a don Paolo Macario, direttore dello Stabilimento di belle arti Tadini, nel quale sono raccolte poesie di Berchet, Monti, Manzoni inneggianti alla Rivoluzione Francese o a Napoleone (il Cinque Maggio), esplicitamente vietate dalla censura. Sul frontespizio l’iscrizione «Dirumpamus vincola eorum et proficiamus jugum ipsorum» (ripresa dal salmo 2, v. 3) allude chiaramente alla liberazione dall’oppressore, quella stessa invocata dallo studente Giovanni Federici, di Pisogne, che in una lettera scrive: «Il giogo ci grava forte di sopra il collo e ci fa cader bocconi a terra senza alcuna speranza di risorgere quando che sia».

In questo clima di attese e speranze la Giovine Italia, istituita da Mazzini nel 1831, si diffonde sul territorio grazie a Gabriele Rosa, incaricato di «ordinare le fila per Valle Camonica e pella riviera d’Iseo, facendo capo a Bergamo, a Brescia, a Milano». Illustri esponenti erano Giovanni Battista Cavallini, già noto per la partecipazione ai moti carbonari del 1821 in Piemonte, vissuto poi in esilio, e Alessandro Bargnani, avvocato residente a Sarnico.

Il 5 agosto 1833 una notificazione governativa commina la pena di morte per gli aderenti alla Giovine Italia: Rosa è arrestato e condannato allo Spielberg; Bargnani va in esilio in America; Cavallini fugge in Svizzera.

Nella repressione è coinvolto il medico Angelo Banzolini, accusato di discorsi sospetti, letture non ortodosse («un libro scritto in italiano che mirava a confutare il sistema politico del principe di Metternich») e compromettenti frequentazioni; con una rocambolesca fuga sul tetto, Banzolini riesce a sottrarsi alla polizia austriaca e a riparare in Francia.

A Luigi Zitti, già inviso per la sua simpatia per i profughi carbonari, è notificato che la polizia era a conoscenza di un suo ritratto con il motto «Dio e Popolo»; durante la perquisizione si trovò il ritratto, accompagnato dall’iscrizione «Penso a curare ventri duri e stitici / e non m’impaccio d’affari politici». Lo Zitti si ritira a Endine, ma sarebbe tornato ad occuparsi di politica nel 1848.

Marco Albertario