Autore: Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822)

Data: 1819-1821

Tecnica e supporto: marmo di Carrara

Dimensioni: 220x124,5 cm

Inventario: Cappella

Nel 1818 il conte Luigi Tadini, che aveva ormai concluso l’allestimento del proprio museo nel palazzo di Crema, matura l’ambizioso progetto di arricchirlo con una scultura di Canova. Il Conte pensava ad una testa ideale: è Canova a proporre un monumento in memoria di Faustino, figlio del conte, scomparso a venticinque anni in circostanze drammatiche nel 1799. Canova era in quegli anni all’apice della sua fama, e le numerose commesse da tutta Europa rendevano piuttosto difficile ottenere da lui nuove opere. Il fatto che abbia scelto di impegnarsi personalmente per accontentare il conte Tadini è forse un segno del particolare affetto che lo legava alla memoria del giovane scomparso.

Canova intendeva adattare per la stele un Genio dolente già destinato al Monumento Stuart: il progetto è documentato da un interessante disegno. Dopo aver scartato l’idea per via delle venature che erano apparse durante la lavorazione del marmo (ora nel Asolo, Museo Civico), Canova ripensa il progetto e avvia i lavori alla Stele nel settembre 1819; entro il mese di gennaio 1820 era completato il grande modello in gesso (Bassano del Grappa, Musei Civici). In aprile lo scultore scrive al conte Tadini che spera di concludere entro l’anno, ma i lavori di finitura che lo impegnano personalmente si protraggono a lungo, e l’opera approda a Lovere solo il 21 giugno 1821. Il 10 agosto la Stele era innalzata sul basamento, realizzato a Milano dallo scultore veronese Antonio Pasquali. Sarà inaugurata, con solenni festeggiamenti pubblici, il 24 e 25 settembre, alla presenza del viceré del Lombardo-Veneto, Ranieri d’Austria.

Canova sceglie di riprendere il tema della figura femminile dolente già adottato nella Stele di Domenico Volpato (Roma, Santi Apostoli). Il tema va senz’altro messo in rapporto con il dibattito sul significato della memoria e dei monumenti funerari che in quegli anni vede impegnati sul fronte letterario Ugo Foscolo, Ippolito Pindemonte e Pietro Giordani. Individuando il modello nella Stele Volpato , Canova intendeva dimostrare la propria gratitudine nei confronti di chi aveva contribuito alla sua affermazione in ambito letterario pubblicando, nel 1795, il primo catalogo sistematico, e onorare l’amicizia che lo aveva legato a Faustino Tadini.

Per meglio inquadrare la bellezza di questa scultura, conviene ascoltare il racconto la nobildonna inglese lady Eaton, che durante una visita allo studio di Canova nel 1818 ne descrive così la tecnica: “Uno scultore comincia con materiali molto più duttili. Egli forma i suoi modelli in argilla, e questo è il lavoro interamente delle sue mani.  … Quando ha finito, un suo assistente trae da essa un calco, che viene cosparso di punti posti a intervalli regolari per guidare i lavoranti. Da questo modello essi cominciano il lavoro, e dopo aver ridotto il blocco di marmo nella forma, e averla resa una statua abbozzata, lo scultore riprende le sue fatiche. La superficie, come essa era, veniva condotta alla sua forma perfetta, e gli ultimi tocchi di finitura li dava generalmente a lume di candela. E’ in seguito levigata con la pietra pomice. Molte sono le ore deliziose che ho trascorso con Canova, sia quando era occupato nella modellazione, che nella scalpellatura”.

Come scrive la gentildonna inglese, Canova si riserva le due fasi principali del lavoro, l’ideazione o invenzione, fissata in un bozzetto in terracotta, successivamente tradotto in un modello in gesso, e le operazioni di finitura del marmo, quello che l’amico Leopoldo Cicognara chiamava “l’ultimo passo nelle arti”, aggiungendo poi che “le minime differenze sono quelle che costano di più il sudore, e portano ai sommi risultamenti”.

All’intervento personale di Canova si deve quindi il trattamento differenziato delle superfici, che vanno da quella opaca della tunica, non levigata, allo scivolare del manto, fino alla resa levigatissima degli incarnati, che si differenziano dall’effetto lucido del fondo. Un trattamento che mira ad ottenere quell’effetto di “bella carne, cioè la bella natura” tanto ammirato da Canova nel corso del suo soggiorno londinese nel 1815 nelle sculture di Fidia.

Marco Albertario


Per saperne di più:

Antonio Canova nelle collezioni dell’Accademia Tadini [Quaderni dell’Accademia Tadini 2] a cura di M. Albertario (con testi di A. Pacia, F. Mazzocca, G. A. Scalzi, M. Albertario, O. Cucciniello, G. Ericani, A. Perin, C. Parnigoni, R. Grazioli, R. Martini, M. Grigis e l’edizione critica del carteggio canoviano conservato presso l’Accademia Tadini), Lovere 2010.