I souvenir del Grand Tour

Sala VII, vetrina V

Prende il nome di biscuit una porcellana sottoposta a duplice cottura e non smaltata, dall’aspetto opaco. Il candore del biscuit era ritenuto il più adatto per trasmettere quell’immagine della scultura classica che negli stessi anni era teorizzata da Winkelmann, autore della celebre Geschichte der Kunst des Altertums (Dresda, 1764), tradotta in italiano con il titolo di Storia delle arti del disegno presso gli antichi in due diverse edizioni pubblicate a Milano nel 1779 (è l’edizione presente nella Biblioteca del conte Luigi Tadini) e a Roma nel 1783-84. Il testo di Winkelmann condizionerà a lungo la percezione dell’arte classica, nella quale si identifica il “bello ideale”. In Italia, i principali centri di produzione erano Roma e Napoli.

Giovanni Volpato (Roma 1735-1803),

Busto di Bruto, Busto di Euripide, biscuit, H 48, H 49

La più celebre manifattura di biscuit a Roma era quella di Giovanni Volpato, formatosi come incisore a Venezia, approdato nell’Urbe nel 1771 e presto divenuto uno degli animatori della vita culturale della città.

Aperta nel 1785, si era specializzata nella produzione di riproduzioni delle statue classiche ammirate nelle collezioni pubbliche e private della città (la Testa di Euripide qui esposta dipende da un marmo conservato nel Museo Pio-Clementino). Ancora non è chiaro il ruolo svolto da Volpato, che probabilmente non intervenne in prima persona in qualità di modellatore, ma si limitò ad orientare la produzione verso i modelli ammirati nelle collezioni romane.

 

Manifattura romana (Giovanni Volpato?)

Galata ferito (dal marmo dei Musei Capitolini), 1790-1800, biscuit, H 40

 

Manifattura romana

Guerriero ferito; Bacco; Venere con colombe, 1790-1800, H 41, H 42, H 43 – H 186

Creazione tipica del gusto tardo-settecentesco è il “dessert” o “desert”, una composizione destinata a decorare la tavola, che poteva essere composta da figure in marmo, bronzo, pietre dure o in porcellana (si vedano, in museo, le sculture di Filippo Tagliolini, sala XX e XXII, vetrina 7). I modelli erano spesso ispirati alla statuaria classica, integrata da ricostruzioni di fantasia. Dal “dessert” del conte Tadini, composto da elementi in marmo e in biscuit, provengono le figure in esame: costruite sulla base di una rigida corrispondenza, ma di qualità diseguale (il migliore è il cosiddetto Galata ferito) le sculture sono probabilmente da attribuire ad una manifattura romana.

 

Domenico Banti (fine XVIII-inizio XIX secolo)

Cratere, 1818-1819 circa, marmo, cat. G 63

Il raffinato lavoro in marmo con inserti in alabastro è preziosa testimonianza dell’opera dell’artista veronese Domenico Banti, noto per aver eseguito la grande statua di Napoleone destinata a Venezia.