P 89

Autore: Domenico Riccio detto il Brusasorzi o Brusasorci (Verona, 1516 – Verona, 1567)

Data: 1560

Tecnica e supporto: olio su tela

Dimensioni: 168x120,5 con cornice; 154x107 la tela

Inventario: P 89

“119. S. Guglielmo confessore, che inginocchiato e colle mani in croce fa orazione appiè di un crocifisso incastrato in un masso, sul quale poggia un libro aperto. A sinistra; vedesi il monastero, e più lungi una città , e paesaggio montuoso. Sotto il masso che sostiene il crocifisso leggesi: S. Gulielmus Confessor. Opera di Domenico Riccio, detto Brusasorzi: esisteva nella chiesa di Santa Teuteria di ragione dei conti Bevilacqua di Verona. Fu dipinto nel 1560: vedi la Verona illustrata del marchese Scipione Maffei.”

“127. S. Francesco inginocchiato colla sola gamba destra, cogli occhi rivolti al cielo d’onde un angelo gli presenta un crocifisso, e colle braccia aperte in atto di ricevere le sacre stimmate che partono dal crocifisso medesimo. Sopra alcuni sassi è un libro aperto: alla sinistra e in lontananza è un frate che sta seduto leggendo un libro, e colla schiena rivolta al prodigio. Opera di Domenico Brusasorzi eseguita l’anno 1560. Esisteva nella chiesa di S. Teuteria di proprietà de’ conti Bevilacqua di Verona. Vedi la Verona illustrata del marchese Scipione Maffei.”

Luigi Tadini, Descrizione generale dello Stabilimento dedicato alle Belle Arti in Lovere dal Conte Luigi Tadini cremasco, Milano 1828.

La tela, insieme al suo pendant rappresentante San Francesco riceve le stimmate (olio su tela, 168×120 con cornice; 154×107 senza cornice, inv. P 85) è descritta dalle principali fonti veronesi nella sua collocazione originaria, il sacello delle Sante Teuteria e Tosca presso la chiesa dei Santi Apostoli a Verona. La committenza è nota e di altissimo livello, a conferma della rilevanza delle opere. La famiglia Bevilacqua, che deteneva il patronato della cappella, interviene dopo la metà del Cinquecento affiancando il rettore Giambattista Peretti nel rinnovamento dello spazio ecclesiastico, e affida il sepolcro di famiglia a Matteo Sammicheli e le due pale degli altari laterali a Domenico Brusasorzi.

La grandiosità dell’impianto – con la figura del santo solidamente accampata in primo piano contro un paesaggio liricamente delineato nelle sue lontananze – si sostanzia di una fine osservazione naturalistica nella resa fisionomica e nella registrazione attenta della sostanza delle cose – rovine, edifici, masse boscose che reagiscono sottilmente alla luce.

I dettagli così rigorosamente indagati, il colorito delicato, la fattura veloce segnano la marcata distanza tra la cultura pittorica veronese e la scuola veneziana e al tempo stesso denunciano la complessità culturale della pittura di Domenico, aggiornatosi sulle tendenze della maniera dell’Italia centrale attraverso la conoscenza di Giulio Romano a Verona e ancor più a Mantova, sensibile alla tradizione fiamminga, ma anche attento a quanto Paolo Veronese e Tiziano andavano facendo a Venezia.

La cronologia delle opere (il San Guglielmo è datato “MDLX” sulla facciata della chiesa in secondo piano, il San Francesco presenta la data frammentaria “156.” sul volume) consente di collocarle nella fase matura della produzione dell’artista, quando le diverse componenti della sua cultura artistica sono sottoposte a una rimeditazione attenta che conferisce alle figure una più intensa introspezione, evidente in particolare nel San Guglielmo, e una solida coerenza formale. Dal restauro si attende un recupero dei valori pittorici particolarmente evidenti nel paesaggio, nel quale Brusasorzi esprime quella specifica declinazione della scuola di paesaggio veronese ispirata a modelli fiamminghi che lo caratterizza fin dagli anni ‘40 del Cinquecento e che aveva trovato modo di esprimersi nei cantieri dei palazzi e delle ville di Verona.

Il conte Tadini acquista i dipinti nel 1811 attraverso la mediazione di un rigattiere, qualificato nei documenti come “l’indorador del corso” (probabilmente da identificare con Corso di Porta Borsari, non lontano dalla chiesa). Proprio a fronte della fama delle due opere, il conte chiedeva una perizia al collezionista veronese Cristoforo Laffranchini che ne attestasse l’antica e originaria collocazione nella chiesa veronese. Il documento, recentemente individuato nell’archivio della Fondazione, rappresenta una testimonianza concreta della formazione della raccolta.


Per saperne di più:

L. Franzoni, Per una storia del collezionismo. Verona: la Galleria Bevilacqua, Milano 1970, pp. 75-76

P. Carpeggiani, Domenico Brusasorci in Maestri della pittura veronese, Verona 1974, p. 224

E.M. Guzzo, Vicende artistiche tra XII e XX secolo, in La venerabile Pieve dei Santi Apostoli in Verona. Ricerche storiche nell’ottavo centenario della consacrazione, Verona 1994, pp. 194-197, 214 note 72-75

M. Albertario, “Darò notizie della mia Galleria”. Le raccolte del conte Luigi Tadini in Musei nell’Ottocento. Alle origini delle collezioni pubbliche lombarde, Torino 2012, p. 139

F. Marcorin, Un cantiere per due committenti: la rifabbrica cinquecentesca della cappella delle sante Teuteria e Tosca, in “Verona illustrata”, n. 30, 2017, pp. 39-56.

Monica Ibsen

Le due tele di Brusasorzi sono state restaurate da Antonio Zaccaria nel 2020 grazie al contributo di Intesa Sanpaolo nell’ambito del progetto Restituzioni.