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Palazzo


La Galleria dell'Accademia Tadini


All’inizio dell’Ottocento il conte Luigi Tadini (Verona, 1745 - Lovere, 1829) matura la decisione di costruire un palazzo in riva al lago per esporre al pubblico le proprie raccolte d’arte, affidandole a una fondazione che comprendesse le scuole di musica e di disegno, ancora attive. La visita alla Galleria dell’Accademia Tadini consente di fare esperienza di una collezione ottocentesca, in un costante intreccio tra arte e vita.

L’edificio sorge ai margini dell’abitato di Lovere, lungo la nuova strada che collegava Bergamo e Lovere, accanto all’antica residenza di famiglia, palazzo Barboglio, affacciata sull’attuale piazza Garibaldi. Il progetto architettonico si deve al modenese Sebastiano Salimbeni, nipote di Tadini e architetto dilettante.

I lavori prendono il via nel 1820 con la costruzione della cappella, consacrata alla memoria dell’unico figlio del conte, Faustino, prosegono con l’edificio che ospita la Galleria e sono completati entro il 1826. Allo scenografo teatrale Luigi Dell’Era si deve la decorazione dei soffitti e delle pareti, che aveva lo scopo di creare una cornice degna alla collezione. Le decorazioni, che variano in ogni stanza, riprendono i repertori neoclassici acquistati dal conte Tadini come modelli per gli allievi della scuola di disegno.

Nel 1828 il museo apre al pubblico.

La visita comincia dalla Cappella al centro del giardino, costruita per ospitare la Stele Tadini, una tra le ultime opere di Antonio Canova, scolpita tra il 1819 e il 1821 per onorare l'amicizia che lo legava a Faustino (Verona 1774-Lovere 1799), figlio del conte Tadini, prematuramente scomparso. Canova e Tadini si erano incontrati a Roma nel 1795; il giovane aveva celebrato le opere dello scultore in un volume, pubblicato nel 1796, e Canova in segno di gratitudine gli aveva donato il bozzetto in terracotta per la Religione.

La collezione d’arte è esposta al piano nobile. Il Gabinetto delle Antichità ospita la raccolta archeologica acquistata dal conte a Napoli nell’ultimo decennio del XVIII secolo. Le sale XXI e XXII sono dedicate alla preziosa collezione di porcellane orientali (Cina e Giappone) e occidentali (Meissen, Vienna, Parigi, Sèvres, Napoli, Venezia). Conclude il percorso la Biblioteca, con oltre 4600 volumi, che restituisce la varietà degli interessi di un nobile del Settecento, e uno scenografico balcone che consente di ammirare il paesaggio del lago.

Al centro del museo, la grande Sala destinata ai concerti e alle rappresentazioni teatrali ospita, dal 1927, una prestigiosa stagione musicale. Seguono le sale dedicate all’esposizione dei dipinti.

Negli anni delle soppressioni delle istituzioni ecclesiastiche, Luigi Tadini acquistò dipinti provenienti da Crema, nel tentativo di fare del “Museo Tadiniano” una sorta di documento della storia della città: entrano così nella raccolta la Pala Manfron di Paris Bordon e due pale d'altare di Vincenzo Civerchio.

Intorno al 1810 il conte sposta i propri interessi verso la pittura veneta e acquista capolavori come la trecentesca Madonna con il bambino attribuita a Jacobello di Bonomo, la Madonna con il Bambino di Iacopo Bellini, la Madonna con il Bambino e santi di Palma il Giovane, il Cristo morto di Piero della Vecchia. A questi si aggiungono dipinti di scuola veronese tra ‘400 e ‘500 - la Madonna con il Bambino di Francesco Benaglio, i Santi Francesco e Guglielmo di Domenico Brusasorci, la Fuga in Egitto di Felice Brusasorci, e significative testimonianze della cultura seicentesca lombarda come le due tele di Carlo Francesco Nuvolone.

Il secondo piano ospita il Museo dell’Ottocento, nato dalla donazione della raccolta di cimeli garibaldini di Giovanni Battista Zitti, in seguito arricchita da altre famiglie loveresi. La partecipazione locale alle vicende del Risorgimento italiano (tre dei Mille avevano origine loverese) e lo stretto rapporto tra vicende sociali e culturali rende le opere esposte un significativo documento per la storia del territorio. Di particolare importanza, oltre alla selezione dei ritratti ottocenteschi, le tre tele donate da Francesco Hayez ai nipoti Enrico e Carlotta Martinolli Banzolini, tra cui lo straordinario Ecce Homo, tra le ultime opere dell’artista.

Conclude il percorso una raccolta di arte moderna e contemporanea, che comprende una documentazione della cultura artistica italiana ed europea del secondo dopoguerra, fino ad anni recentissimi.