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Opere


Giuditta e Oloferne; Salomé con la testa del Battista

Bernardino Fusari (attribuite a)
olio su tela, 118x189 cm
Inv. P 319, P 330
Due sanguinari drammi che offrono opposti esempi di uso delle arti femminili: la crudele e capricciosa Salomé, sobillata dalla madre Erodiade, chiede in premio la testa del Battista per aver danzato per Erode, e l’ottiene (secondo il Vangelo di Matteo); la coraggiosa e generosa Giuditta salva il popolo di Israele uccidendo il feroce Oloferne, generale al servizio di Nabucodonosor, di cui ha suscitato i desideri (come narra il deuterocanonico Libro di Giuditta).

Simili negli atti, ma antitetiche nella connotazione delle protagoniste, queste due affascinanti tele provengono a quanto pare dal monastero di S. Benedetto a Crema, che dal 1520 appartenne ai Canonici Regolari Lateranensi e fu soppresso nel 1771. Benché negli accenti cupi e teatralmente violenti i due quadri siano tipici frutti della stagione pittorica milanese dei primi decenni del Seicento - quella che ebbe per protagonisti Cerano, Morazzone e Procaccini - non è del tutto agevole immaginarne l’originaria collocazione fra agli arredi di un monastero o di una chiesa, anche se l’ipotesi non può essere esclusa. In alternativa, si dovrà pensare al lascito di un munifico collezionista.

A dispetto degli evidenti caratteri seicenteschi e lombardo-occidentali, nell’Ottocento le tele erano attribuite al coneglianese Francesco Beccaruzzi, allievo di Cima e del Poredenone; in epoca più recente sono state assegnate al Morazzone e poi al Cerano: quest’ultimo riferimento, in virtù di somiglianze nelle tipologie, nei lividi incarnati, nei toni plumbei e in parte nella resa affilata dei panneggi, ha goduto di largo e perdurante credito. Includendole (con qualche incertezza) fra le opere giovanili del maestro, Rosci ne ha in ogni caso acutamente sottolineato i tratti di “spettacoli atroci e pur stranamente familiari, con le due eroine, del bene e del male, che sembrano assorte massaie attente al piatto di portata o a batter panni”: caratteri popolareschi con assonanze genovesi che sono in realtà estranei a Cerano e alla sua pittura sempre aristocratica, anche quando affronta le scene più umili.

Fondate riserve circa questa attribuzione sono state quindi avanzate da Frangi, che ha messo in rilievo la “minore disinvoltura nell’articolazione spaziale delle figure e una stesura pittorica meno vibrante” di quanto si osservi normalmente negli originali ceraneschi. E, in effetti, pur apparendo in entrambe indiscutibile il debito nei confronti di invenzioni del 1615-1620 circa di Cerano, non si può fare a meno di osservare come alcuni dei suoi tratti più caratterizanti – i bagliori metallici, la capacità di imprimere alla figure forza di muscoli e sangue dall’interno – siano qui del tutto assenti.

Accantonato dunque il nome del grande pittore milanese, si sono aperte nuove piste di ricerca, non del tutto coincidenti.  Alle due opere di Lovere Alpini ha infatti accostato vari dipinti che si conservano per lo più in chiese di Crema o dei dintorni e ha proposto di assegnare l’intero corpus così ricostruito al cremasco Giovanni Angelo Ferario, artista poco conosciuto attivo nei primi decenni del Seicento.  Il raffronto pare funzionare perfettamente per molte di queste opere – a partire dalla Madonna col Bambino di Ripalta Arpina, che deve essere stata eseguita immediatamente dopo gli esemplari Tadini – ma non convince proprio per le uniche due che, essendo firmate, sappiamo spettare sicuramente del Ferrario (Crema, S. Bernardino e Cremona, Pinacoteca Ala Ponzone).

Un’alternativa a questa proposta nasce dalla constatazione che su due dei dipinti considerati compare il nome di “Bernardinus Fusarius”, che potrebbe essere il loro autore.

Si tratterebbe di una personalità al momento sconosciuta, da ricostruire integralmente: l’ipotesi attende conferme documentarie o storiche, ma potrebbe spiegare la sigla “B.F.C.” visibile sulla Salomé con la testa del Battista (Bernardinus Fusarius Cremenesis).

Federico Cavalieri

Per saperne di più:

-       C. Alpini, Giovanni Angelo Ferrrario, in L’estro e la realtà. La pittura a Crema nel Seicento, catalogo della mostra di Crema, Milano 1997, pp. 41-63

-       M. Rosci, Il Cerano, Milano 2000, pp. 276-278;

-       F. Cavalieri, Tra collaboratori, allievi, seguaci, in Il Cerano 1573 – 1632. Protagonista del Seicento lombardo, catalogo della mostra a cura di M. Rosci, Milano 2005, p. 43.