homepage > Un'opera, una storia - Antigone interpretata: l'ultimo capolavoro della cultura neoclassica

Opere


Antigone interpretata: l'ultimo capolavoro della cultura neoclassica

Giuseppe Diotti (Casalmaggiore, 1779 - 1846) - 1836-1837 circa
carboncino, acquerello e tempera su carta, 263 x 287 cm
Accademia Tadini, P 463
Nell’aprile 1834 il consiglio dell’Accademia Carrara decideva di commissionare a Giuseppe Diotti, che dal 1811 dirigeva la scuola, un grande dipinto. Dopo aver scartato vari soggetti ispirati alla storia antica e medievale, Diotti decideva di riproporre un tema che già aveva affrontato nel 1823 negli affreschi di palazzo Mina-Bolzesi a Cremona: Antigone condannata a morte da Creonte. In quella sede, partendo dalla rilettura del testo di Sofocle Diotti aveva risolto il tema nella contrapposizione tra l’eroina e il tiranno.
Questa volta Diotti individuò in Vittorio Alfieri la propria fonte letteraria. Nella scelta della tragedia di Alfieri influiva certamente la volontà di fare omaggio al “grande tragico italiano” che aveva ricevuto la propria consacrazione con il monumento scolpito da Canova in Santa Croce a Firenze. Ma era soprattutto la possibilità di rappresentare una grande varietà di passioni umane riassunte nella fisionomia dei personaggi che aveva guidato Diotti a scegliere il momento da rappresentare: l’ultimo incontro tra Antigone avviata alla propria condanna e la cognata Argia in partenza per l’esilio. Con questa scelta, Diotti intendeva ancora ribadire la fedeltà a quella tradizione accademica e classicista che aveva professato, contro l’imporsi della scuola Romantica che si vedeva rappresentata dall’Accademia di Brera e da Francesco Hayez.
Come di consueto, il pittore aveva prodotto un bozzetto (Bergamo, collezione privata), già concluso nel dicembre 1834, nel quale registrò la prima idea della scena e previde la distribuzione dei colori; dopo una serie di disegni preparatori giunse all’elaborazione del cartone, avviato nel dicembre 1836 e probabilmente già concluso nell’aprile1837.
Il supporto è composto da 37 fogli o frammenti assemblati in tre parti e poi uniti; su questa base il pittore ha disegnato a carboncino, rafforzando il tono scuro dell’ombra ad acquerello e le luci a tempera. Alcune parti (ad esempio la testa di Antigone, o quella di un soldato) furono successivamente tagliate, modificate e incollate nuovamente, anche se con una collocazione diversa. 
Ne risulta un lavoro che benché “disegnato legermente”, consente di valutare la distribuzione dei personaggi e, nel contempo, di calibrare la distribuzione tra luci ed ombre, con esiti di grande raffinatezza. Trova conferma, quindi, quel primato del disegno sul colorito che Diotti sosteneva quale fondamento dell’arte. L’importanza del disegno anche come punto di partenza per l’educazione dei giovani artisti è confermata dal valore di opera autonoma riconosciuto al cartone, che l’autore volle anche firmare (al centro, in basso, si legge “Giuseppe Diotti fece”) prima di farne dono all'allievo, Giuseppe Rillosi, dalla cui vedova l’Accademia Tadini acquistò l’opera nel 1900.