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La realtà dello sguardo. Ritratti di Giacomo Ceruti in Valle Camonica

sabato 16 settembre 2017

Per la prima volta sono presentati in mostra quasi tutti i ritratti eseguiti da Giacomo Ceruti per le famiglie di Valle Camonica. Il Ritratto di Elisabetta Albrici è stato scelto come immagine simbolo della mostra, anche perché apprezzato da Roberto Longhi, che lo vide, insieme al suo pendant (il Notaio Alessandro Bonometti, anch’esso in mostra), nella collezione Lechi di Brescia.

La serie di dipinti esposti, tredici complessivamente, convocati sia da raccolte pubbliche (la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, l’Accademia Tadini di Lovere, il Museo Lechi di Montichiari) sia da importanti collezioni private, consente di precisare il rapporto tutt’altro che episodico instaurato da Ceruti con la Valle Camonica, dal 1725 al 1740 circa. Le ricerche compiute da vari studiosi, compulsando gli archivi bresciani, hanno chiarito i dati biografici dei personaggi effigiati, permettendo in tal modo di approfondire le conoscenze in merito alle principali famiglie locali, come i Cattaneo di Breno, di cui Ceruti eseguì i ritratti ad almeno cinque componenti, tutti legati da parentela (fratelli, cugini, coniugi). Emerge così l’importanza assegnata al ritratto quale strumento di promozione sociale, usato per favorire l’ascesa di questi personaggi, che per la maggior parte erano dottori in legge, avvocati, magistrati e notai, quindi non provenienti dalle schiere dell’antica nobiltà.

Fa eccezione soltanto il Ritratto di un Federici, di recente identificato in un gentiluomo del più illustre casato aristocratico di Valle Camonica. Si tratta di un dipinto che rivela un diverso approccio di Ceruti nei confronti del genere del ritratto, scaturito dopo che il pittore ebbe la possibilità di conoscere e apprezzare la tradizione figurativa veneta (dal 1736, infatti, Ceruti si trasferì a Padova e a Venezia per qualche anno). Nella posa disinvolta, oltre che nell’attenzione per il lusso (si veda il riflesso verde del velluto) e nella mise en page decisamente più scenografica dei dipinti del periodo precedente, il Federici dimostra di recepire i codici della ritrattistica internazionale, di cui Venezia era uno dei centri più aggiornati. Per questo il dipinto rappresenta la testimonianza più tarda della produzione cerutiana in mostra.

A differenza di quest’ultima opera, da collocare tra il 1735 e il 1740, gli altri dipinti convocati a questa rassegna sono databili tra il 1725 e il 1732: il loro stile è differente, visto che sono caratterizzati da una maggiore essenzialità descrittiva che appunta l’attenzione su pochi dettagli, sufficienti però a individuare la professione degli effigiati (si veda, per esempio, la penetrante immagine del Ritratto del sacerdote Giulio Cattaneo). Ceruti intende prima di tutto approfondire l’indagine psicologica degli effigiati, senza cedere ad alcun compiacimento estetico, anzi, getta su questi uomini e donne il suo sguardo disincantato, che mette in evidenza le imperfezioni dei corpi, più che esaltarne la bellezza. La sfilata di personaggi in mostra è emblematica di quale fosse l’approccio del pittore di fronte alla “realtà”, che si evince nella gamma cromatica spenta e nei toni spesso limitati tra il bruno e il grigio (assai significativo, a questo proposito, è il Ritratto del notaio Alessandro Bonometti).